
Bonus nido, assegno unico, congedi: la parte del welfare che lo Stato finanzia già e che molte famiglie non richiedono. Perché riguarda la retention femminile e cosa può fare la direzione del personale. Scritto per GIPD – Associazione Direttori Risorse Umane.
Nel 2025 l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha convalidato 59.770 dimissioni e risoluzioni consensuali di genitori con figli sotto i tre anni. Il 68% riguarda madri. Quasi la metà dei casi (49,2%) arriva entro il primo anno di vita del bambino o della bambina.
Chi lavora nelle risorse umane questi numeri li conosce. Colpiscono di più le ragioni. Per le madri, il 79% delle dimissioni dipende da un equilibrio familiare che non regge: nel 46,4% dei casi mancano i servizi, cioè una rete familiare su cui contare o un nido sostenibile; nel 32,6% è l’organizzazione del lavoro a essere troppo rigida. I padri invece lasciano soprattutto per passare a un’altra azienda (62,3%), spesso per guadagnare di più.
Il tema attraversa da mesi il calendario GIDP, dagli incontri sulla trasparenza retributiva e sulla Direttiva UE 2023/970 alle testimonianze HR del convegno «Best practices D&I in azienda» del 28 maggio. Qui proviamo ad aggiungere un pezzo che nel dibattito resta spesso fuori: il welfare pubblico, cioè i bonus, i contributi e i congedi che lo Stato prevede già per chi ha figli.
Il paradosso dell’accesso
Una parte di quella carenza di servizi ha già una risposta pubblica. Il punto è che spesso non arriva a chi ne avrebbe diritto.
Il caso più evidente è il bonus asilo nido. Secondo l’Osservatorio INPS, nel 2024 lo hanno ricevuto 525.561 bambini e bambine, ma in media per sette mesi e 204 € al mese: circa 1.430 € l’anno, meno della metà del massimo previsto allora (3.000 €, oggi fino a 3.600 €). Una parte della distanza dipende dai mesi di frequenza e dal costo delle rette. Un’altra no.
Nel nostro lavoro quotidiano le cause sono quasi sempre due. La prima è non sapere che una misura esiste, o di poterla chiedere. La seconda è saperlo e rinunciare a tutto o parte del contributo davanti alla procedura: SPID, ISEE, ricevute da caricare, scadenze diverse per ogni bonus.
Un esempio rende l’idea. Per i bambini nati dal 2024 il bonus nido vale 3.600 € l’anno con un ISEE fino a 40.000 €. Senza ISEE, l’INPS paga il minimo: 1.500 €. La differenza, 2.100 € l’anno, dipende da un documento che si ottiene online o al CAF.
Lo vediamo anche nei numeri: tra i dipendenti con figli che accompagniamo per conto delle aziende, il valore medio dei bonus legati alla genitorialità ottenuti è di 1.950 €. Soldi che spettavano già. La differenza l’ha fatta sapere cosa chiedere, e quando.
Cosa spetta nel 2026 a chi rientra al lavoro
Ecco sei misure da conoscere al rientro. Le prime quattro sono nazionali e piuttosto note, anche se quasi tutte sono cambiate nell’ultimo anno. Le ultime due lo sono molto meno: una passa direttamente dalla busta paga, l’altra è un esempio di quello che offrono le Regioni. Il congedo parentale, che chi lavora nelle risorse umane conosce bene, lo riprendiamo più avanti.
| Misura | Quanto vale | Cosa serve sapere |
|---|---|---|
| Assegno unico | Da 58,30 € a 199,40 € al mese per figlio, in base all’ISEE; +50% nel primo anno di vita | Senza ISEE aggiornato si riceve l’importo minimo (circolare INPS n. 7 del 30 gennaio 2026) |
| Bonus asilo nido | Fino a 3.600 € l’anno | Dal 2026 una sola domanda vale fino ai tre anni del bambino o della bambina (circolare INPS n. 29 del 27 marzo 2026) |
| Bonus nuovi nati | 1.000 € una tantum per ogni figlio nato nel 2026 | ISEE fino a 40.000 €; la domanda va fatta entro 120 giorni, poi il diritto si perde (circolare INPS n. 45 del 10 aprile 2026) |
| Bonus mamme | 60 € al mese, fino a 720 € l’anno | Per lavoratrici con almeno due figli e un reddito fino a 40.000 €; va richiesto all’INPS (legge di Bilancio 2026) |
| Esonero contributivo per madri con tre o più figli | Contributi previdenziali a carico della lavoratrice azzerati, fino a 3.000 € l’anno | Per chi è assunta a tempo indeterminato. Si applica in busta paga se la lavoratrice comunica all’azienda i dati dei figli. Vale fino al 31 dicembre 2026 e non si somma al bonus mamme (legge 213/2023) |
| Lombardia per le donne (esempio regionale) | Fino a 400 € al mese per 12 mesi, cioè 4.800 € | Rimborsa baby-sitter e servizi di cura, non il nido, a chi entra o rientra al lavoro con carichi di cura e ha un ISEE fino a 50.000 €. Domande a sportello fino al 15 dicembre 2027 |
Misure regionali e comunali simili esistono anche altrove, con nomi e regole diverse. Sono spesso le meno conosciute.
Proviamo a sommarle in un caso concreto. Chiara è impiegata e ha due figli: uno di 18 mesi che va al nido, uno di 6 anni. ISEE e reddito sono sotto i 40.000 €. Bonus nido (3.600 €, se la retta lo copre), bonus mamme (720 €) e assegno unico calcolato all’importo minimo (1.399,20 € per due figli) fanno 5.719,20 € in un anno. Con il suo ISEE reale l’assegno unico è più alto, quindi il totale sale.
Per avere un ordine di grandezza: la soglia esente dei fringe benefit per chi ha figli è di 2.000 € l’anno. Per una famiglia come quella di Chiara il welfare pubblico vale quasi il triplo, e all’azienda non costa nulla.
Perché è una questione per le risorse umane
Si potrebbe obiettare che sono soldi pubblici e pratiche private. Perché dovrebbe occuparsene la direzione del personale? I motivi sono tre.
Il calendario coincide. Il carico burocratico della genitorialità si concentra nei primi mesi: l’ISEE da fare o rinnovare, la domanda per i nuovi nati entro 120 giorni, l’iscrizione al nido e il relativo bonus. È la stessa finestra in cui arriva quasi la metà delle dimissioni. Ed è un lavoro invisibile che ricade quasi sempre sulle madri, come il resto della cura: in Italia lavora part-time il 32,6% delle madri con figli minori, contro il 3,5% dei padri.
Chi lascia è spesso arrivato da poco. Il 53,2% dei genitori che si dimettono ha meno di tre anni di anzianità in azienda. Sono persone su cui l’azienda ha appena investito, tra selezione e inserimento.
È un aiuto che si vede subito. Accompagnare una persona sul welfare pubblico produce un risultato concreto in poche settimane: una domanda accolta, un importo sul conto. Quando qualcuno sta decidendo se il rientro è sostenibile, questo pesa.
Vale una precisazione. Il welfare pubblico non sostituisce nidi accessibili, orari flessibili e una cultura che non penalizza chi ha figli. Save the Children ricorda che misure come il bonus mamme non toccano i meccanismi che spingono le madri a lasciare. Ma è la parte del problema già finanziata, e oggi resta in buona parte non richiesta.
Cosa può fare la direzione HR, da domani
Non servono grandi investimenti. Servono attenzione ai momenti giusti e qualche abitudine nuova.
Portare il welfare pubblico nel colloquio di rientro. Molte aziende hanno già un momento strutturato prima del congedo e uno al rientro. Bastano dieci minuti per capire cosa la persona riceve già, cosa manca e quali scadenze ha davanti. Spesso la scoperta più utile è la più banale: un ISEE mai fatto.
Seguire il calendario invece di mandare una guida. Una guida inviata una volta si legge e si dimentica. Funziona meglio un promemoria al momento giusto: tra gennaio e febbraio per rinnovare l’ISEE dell’assegno unico, in primavera per il bonus nido, nei 120 giorni dopo la nascita per il bonus nuovi nati.
Parlare anche ai padri. Nel 2023 il congedo di paternità obbligatorio, dieci giorni pagati al 100%, l’ha usato il 64,5% dei padri che ne avevano diritto. Il congedo parentale, dal 2026 utilizzabile fino ai 14 anni, prevede tre mesi all’80% da dividere tra i genitori e arriva a 11 mesi complessivi se il padre ne prende almeno tre. Dirlo in modo esplicito ai neopadri, e farlo dire ai loro responsabili, cambia le cose: il Rendiconto sociale INPS osserva che dove i padri usano il congedo di paternità la cura si redistribuisce e lo stipendio della madre recupera prima.
Misurare cosa succede dopo il rientro. Retention a 12 e 24 mesi, quota di padri che usano il congedo parentale, numero di famiglie che hanno ricevuto le misure a cui avevano diritto. Sono indicatori che dialogano con la certificazione per la parità di genere (UNI/PdR 125:2022) e con la nuova prassi UNI/PdR 192:2026 sulla conciliazione tra vita familiare e lavoro, che tra i suoi ambiti include welfare e sostegno economico.
La parte che si può fare subito
La parità si costruisce con interventi strutturali, e richiede tempo. Nel frattempo, ogni anno, fino a qualche migliaio di euro per famiglia resta sul tavolo per un documento mancante o una scadenza passata. Colmare questa distanza costa poco, dà risultati misurabili in fretta e arriva proprio nel momento in cui una madre decide se restare.
Fonti
- Ispettorato Nazionale del Lavoro, Report sulle convalide delle dimissioni dei genitori con figli under 3, anno 2025, presentato l’11 giugno 2026 (sintesi della Consigliera di parità del Piemonte)
- INPS, Osservatorio sulle prestazioni a sostegno della famiglia 2025 (bonus asilo nido) e comunicato stampa dell’Osservatorio 2019-2023 (congedo di paternità)
- INPS, Rendiconto sociale 2026 (sintesi della Consigliera di parità del Piemonte)
- Save the Children, Le Equilibriste. La maternità in Italia 2026
- INPS, circolari n. 7 del 30 gennaio 2026 (assegno unico), n. 29 del 27 marzo 2026 (bonus asilo nido), n. 45 del 10 aprile 2026 (bonus nuovi nati); vademecum Bonus mamme
- Legge 30 dicembre 2023, n. 213 (esonero contributivo madri), legge 30 dicembre 2024, n. 207 (soglie fringe benefit 2025-2027), legge 30 dicembre 2025, n. 199 (legge di Bilancio 2026)
- Regione Lombardia, Lombardia per le donne. Voucher servizi di cura